I dialetti italiani: tutti vari e diversi

Credo che tutti parliamo almeno un po’ nel nostro dialetto o anche solo ne usiamo qualche parola per dare “coloritura” al nostro linguaggio, ma chi si è mai chiesto come sono nati e come si sono sviluppati i dialetti? In questo articolo cercherò di ripercorrere i passi compiuti da alcuni dialetti italiani magari non tutti tanto conosciuti, ma comunque molto interessanti. 

Prima di tutto direi di iniziare partendo da dove sono nati questi dialetti. I dialetti italiani sono nati grazie all’unione del latino e delle lingue dei popoli conquistati dai romani, considerando poi che la penisola italiana, essendo piena di montagne, rendeva difficile la comunicazione veloce e questo ha permesso lo sviluppo indipendente delle varie lingue. 

Dialetto fiorentino: è risaputo ormai che il dialetto fiorentino è il dialetto che è stato preso come italiano standard ma è affascinante vedere la storia che ha fatto questo dialetto. Pensate che addirittura lo stesso Dante Alighieri ne parlò nel “De vulgari eloquentia”, un trattato in latino che parla ed elogia il volgare come unica lingua per la diffusione della cultura. Dante, infatti, mette al centro dell’opera la ricerca di un volgare “illustre”, ovvero quel volgare che possa assumere i caratteri di lingua letteraria all’interno del variegato panorama linguistico italiano. Dante definisce la lingua volgare quella lingua che il bambino impara appena nato, a differenza del latino, vista come lingua immutabile. L’autore afferma, dunque, la maggiore nobiltà della lingua volgare, perché è la lingua naturale, la prima ad essere pronunciata nella vita sua e dei suoi lettori. Firenze poi in generale divenne il fulcro della cultura europea, tant’è che molti artisti usarono il fiorentino per scrivere le loro opere. 

Dialetto ternano: dato che l’articolo è stato scritto a Terni sembra giusto parlare anche del dialetto ternano. Anch’esso nato grazie all’unione tra il latino e l’umbro, una lingua italica pre-romana, fu influenzato da più lingue e dialetti, anche se comunque in maniera limitata grazie alla zona di Terni. Il ternano fu influenzato sia dal dialetto romano, grazie alla vicinanza con il lazio, sia dal fiorentino dato che ormai era la lingua della cultura nella penisola. Successivamente con l’Unità d’Italia e con la scelta del fiorentino come lingua ufficiale, il ternano ebbe una “italianizzazione”, anche se molte parole dialettali rimasero nella parlata comune. 

Dialetto perugino: dato che abbiamo parlato del ternano perché non parlare allora dell’altro dialetto più importante dell’Umbria, il perugino. Il perugino ha una storia molto simile alla storia del dialetto ternano. Il perugino fu influenzato non tanto dal fiorentino ma dalla dominazione laziale, infatti l’influenza di Roma e del Lazio in generale si fece sentire anche nel dialetto perugino, in particolare con l’introduzione di alcune parole e strutture che riflettevano la lingua del papato. E, nonostante la crescita della centralità della lingua italiana, il dialetto perugino si arricchì di alcuni termini legati alla cultura popolare e religiosa, come parole legate al culto, alla vita rurale e all’artigianato, e continuò a mantenere tratti distintivi che lo differenziavano dal dialetto romano o fiorentino.

Lingua sarda: anche se molti non la ritengono tale, la lingua sarda non è un dialetto come gli altri elencati prima, ma è una vera e propria lingua riconosciuta anche dallo stato Italiano. La storia della lingua sarda è strettamente collegata alla storia dell’isola di Sardegna. Infatti le prime tracce di antico sardo le possiamo ritrovare nelle lingue nuragiche che, mischiandosi con il latino importato dai romani nel 238 a.C., andò a creare il volgare sardo. Successivamente la futura dominazione Bizantina, Araba e Aragonese portarono ad una differenziazione sempre più netta tra il sardo e le altre lingue italiche, andando a creare una differenza anche nella stessa isola, facendo nascere tre veri e propri dialetti del sardo: Sardo logudorese (parlato nel centro-nord della Sardegna, è la varietà che più si avvicina al latino e che ha mantenuto un maggior grado di purezza rispetto alle altre varianti); 

Sardo campidanese (parlato nel sud dell’isola, è caratterizzato da un maggiore influsso del catalano e presenta una fonetica e una morfologia più distanti dal latino); Sardo gallurese e sassarese (questi dialetti, parlati rispettivamente nelle zone nord-orientali e nord-occidentali dell’isola, sono fortemente influenzati dalla lingua corsa e dal ligure, a causa delle vicinanze geografiche e dei contatti con la Corsica e la Liguria).

Negli ultimi anni il sardo ha subito una diminuzione nell’uso quotidiano a causa della standardizzazione dell’italiano. Fortunatamente negli ultimi anni c’è stata una riscoperta del sardo, sia da parte della popolazione sia da parte delle istituzione. In più, come detto prima, lo stato italiano ha riconosciuto la lingua sarda come lingue minoritaria in Italia, anche se non ha ancora ottenuto un pieno riconoscimento in termini di uso ufficiale e di protezione legale, come ad esempio in Catalogna per il catalano. 

Cristiano Biondini – 3AAT

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