Ho fatto un sogno strano, di quelli che restano addosso anche dopo il risveglio.

Ero una falena, piccola e fragile, intrappolata in un edificio antico. Non sapevo come fossi arrivata lì, ma sapevo di non poter uscire. Le mie ali sfioravano le pareti, sempre troppo vicine, sempre troppo strette per lasciarmi andare via davvero.

In quell’edificio, però, succedeva qualcosa di speciale. Ogni giorno, o forse ogni sera (il tempo nel sogno era confuso) arrivava un gruppo di amici. Si incontravano sempre nello stesso punto, come se quel luogo fosse il loro rifugio segreto. Ridevano, parlavano, si abbracciavano. A volte festeggiavano qualcosa, altre volte si sedevano in silenzio, condividendo dolori che sembravano pesare troppo per una sola persona.

Io li osservavo dall’alto, posata su un muro o vicino a una luce. E, anche se ero solo una falena, sentivo tutto.

Sentivo la gioia quando uno di loro sorrideva davvero, di quei sorrisi che partono dagli occhi. Sentivo l’ansia nascosta nelle parole non dette. Sentivo il dolore quando qualcuno abbassava lo sguardo, fingendo che andasse tutto bene. E non era solo osservare: soffrivo con loro, come se quelle cose stessero accadendo a me. Ogni ferita sembrava attraversarmi, ogni tristezza si appoggiava sulle mie ali leggere.

E questo faceva ancora più male.

Perché volevo aiutarli, volevo fare qualcosa, anche solo dire una parola, sfiorare una mano, esserci davvero. Ma non potevo. Ero invisibile, bloccata in una forma che non mi permetteva di intervenire.

E insieme a tutto questo, sentivo anche il mio dolore.

Volevo essere parte di quel cerchio. Volevo sedermi accanto a loro, parlare, ridere, piangere. Volevo poter dire “anch’io”, volevo sentire quelle emozioni non solo come un’eco distante, ma come qualcosa di mio, reale, condiviso. Ma non potevo.

Ero solo una falena.

Non potevo parlare. Non potevo farmi vedere davvero. Ero condannata a osservare, a sentire tutto senza poter restituire nulla.

Eppure, dentro quella distanza, c’era anche qualcosa di inaspettato. Ero felice. Felice perché, in qualche modo, mi avevano permesso di entrare nel loro mondo, di attraversare le loro emozioni. Emozioni che, da sola, nel mio piccolo, non avrei mai potuto provare. Era come se, senza saperlo, mi avessero fatto un dono: quello di sentire più di quanto la mia esistenza silenziosa avrebbe mai potuto concedermi.

Passò del tempo, o forse fu solo un attimo lungo come una vita  e un giorno smisi di muovermi. Sentii le mie ali diventare pesanti, il corpo leggero, come se stessi svanendo.

Stavo morendo.

E mentre tutto si spegneva, il mio ultimo pensiero non fu triste come avrei immaginato.

Pensai che, nonostante tutto, ero stata felice.

Felice di averli visti. Felice di aver sentito, anche solo da lontano, le loro emozioni. Felice perché, grazie a loro, avevo provato qualcosa che da sola non avrei mai potuto conoscere.

Poi tutto diventò silenzio.

E mi sono svegliata.

Mi sono svegliata con un peso addosso, come se tutte quelle emozioni fossero rimaste con me anche fuori dal sogno. Mi sentivo diversa, cambiata in un modo difficile da spiegare. E la cosa più strana è che mi ricordo tutto, ogni dettaglio, ogni sensazione, come se non fosse stato solo un sogno, ma qualcosa che ho vissuto davvero.

Aurora Bartolini – 5BCM

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