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INGLESE SCOLASTICO? NO, GRAZIE.

Ultimamente, devo confessarlo, ci sono sempre più cose che mi danno sui nervi e provocano una mia reazione subitanea e a volte, ahimè, eccessiva e sproporzionata. E in realtà non vorrei che così fosse, perché sarebbe assai di classe mantenere sempre un assetto british, proprio in tono con la materia che insegno.

E invece no, mi salta la mosca al naso e mi ritrovo con la mia opinione che spinge per uscire e che faticosamente viene respinta indietro dalle mie labbra serrate a forza (devo dire che la mascherina oggi aiuta anche in questo, creando un’ulteriore barriera tra la nostra pericolosissima vocina interiore e il mondo).

Perché non dico ciò che penso? Perché stare zitti a volte serve a far risparmiare tempo a se stessi e agli altri, perché non sempre è il caso, perché non tutti capirebbero, perché poi si rischia di esagerare, eccetera eccetera…

È andata proprio così durante uno dei tanti appuntamenti dedicati all’orientamento in uscita cui ho assistito con la classe quest’anno: sono stata zitta quando ho sentito l’assai professionale relatrice di turno proferire una frase che suonava più o meno così: “Non vi preoccupate per il test di lingua, che tanto è richiesto un inglese scolastico”. Se solo avessi dato retta al mio istinto in quel momento l’incontro online avrebbe avuto una fase di – diciamo così – digressione piuttosto rilevante.

Va detto che nel complesso ho trovato l’evento didattico, che era dedicato al proseguimento degli studi nell’ambito delle forze armate, assai utile e istruttivo non solo per i ragazzi, ma anche per la sottoscritta. Niente da dire quindi su tutto il resto. Ma “inglese scolastico no, questo non me lo dovevano dire!

Proviamo un po’ a capire cosa vuol dire questa espressione, che peraltro io sentivo qualche anno fa da persone già avanti con gli anni e che credevo fosse ormai uscita, insalutata, dal nostro vocabolario. (La giovane relatrice non sa quanto mi ha fatto effetto sentirla pronunciare da una persona della sua età e, presumibilmente, del suo livello di scolarizzazione).

Per spiegare cosa s’intende correntemente per “inglese scolastico” mi sembra utile riportare un frammento dell’interessante articolo scritto da Paolo Fasce, dirigente scolastico a Genova, nella rubrica Sottobanco del Secolo XIX e pubblicato in data 11 luglio 2020: “Esiste una orribile locuzione che descrive il livello di conoscenza linguistica, piuttosto diffuso nella descrizione delle competenze in questo settore: “inglese scolastico”. La parola “scolastico” etichetta una conoscenza scarsa, poco profonda, formale. Di fatto delegittima la scuola e la ho in uggia, ma da dove viene questo modo di descrivere le cose? Temo che questo sia dovuto ad un modo scientifico di coltivarle, anche se formalmente le si combatte”.

 L’articolo, condivisibile fin nei particolari, prosegue con una disamina sulle modalità d’insegnamento dell’inglese nella penisola, dalla scuola primaria alle superiori, e include l’insegnamento con metodo CLIL che è stato introdotto dalla riforma Gelmini e che prevede l’insegnamento in lingua straniera di una materia non linguistica nel quinto anno delle superiori e si declina, a seconda della scuola, in insegnamento di materie tecniche o scientifiche o  umanistiche (purché appunto non linguistiche) in inglese.  La tesi di Fasce è più o meno questa: “Abbiamo cercato di far crescere il livello d’inglese nei nostri ragazzi facendoglielo però insegnare da docenti non preparati, soprattutto alle elementari, ma anche da docenti di materie non linguistiche delle superiori non abbastanza preparati in inglese: se non alziamo l’asticella già dal reclutamento degli insegnanti in fase concorsuale, continueremo ad avere un insegnamento di questa materia poco efficace e poco qualificante per la scuola italiana”.

Tutto giusto. Però nel mio piccolo voglio essere ottimista: mi sento di dire che le cose piano piano stanno cambiando e che dobbiamo ammettere che già va molto meglio di prima.

Anni fa – e io ne sono testimone per esperienza diretta – gli studenti che arrivavano in primo superiore erano generalmente, e sottolineo generalmente, poco preparati in inglese: era come se avessero passato tipo otto anni della loro vita scolastica a dire “How are you?- Fine thanks and you?”, a elencare colori, contare fino a 10 e a cantare canzoncine o filastrocche e roba del genere. C’era qualcuno bravo, questo sì, ma bisognava ricominciare dal verbo essere e andare lentamente avanti sperando che quello bravo non regredisse troppo (tanto semmai ci pensavano i genitori a mandarlo dalla madrelingua il pomeriggio…)

Oggi non dico certo che sono tutti bravi, ma è innegabile che bisogna stare più attenti a non annoiare quelli che alle elementari e alle medie hanno imparato parecchio e ora vorrebbero tanto andare avanti perché sanno quanto è importante oggi sapere bene l’inglese o magari perché gli piace e basta.

Da docente dico che tre ore a settimana a scuola la mattina devono poter essere utili allo scopo, devono poter far passare gradualmente gli alunni dal livello A2 del CEFR (quello che in teoria dovrebbero possedere alla fine della terza media) al B2 (quello invece previsto al termine dei cinque anni di superiori).

Ah, giusto, ho detto CEFR. Common European Framework of References for Languages. Una cosuccia che l’Europa si è inventata quando ancora era CEE e non UE. Una tabella di riferimenti che è stata messa a punto dal Consiglio Europeo tra il 1989 e il 1996 con l’obiettivo sia di promuovere su larga scala la collaborazione tra gli insegnanti di lingua in tutti i paesi europei e di migliorare i criteri di valutazione delle istituzioni scolastiche, sia di essere strumento per i datori di lavoro che hanno la necessità di valutare la padronanza linguistica dei loro candidati. Altri framework poi sono seguiti, come l’EQF, che è il quadro europeo per le qualifiche professionali, o il DigComp per le competenze informatiche, perché in un mondo sempre più globalizzato, è necessario avere ben chiari i livelli di competenze, da testare attraverso sistemi di valutazione univoci, anche ai fini di un reclutamento professionale che possa contare su definizioni chiare, precise e, soprattutto, internazionali.

Parlare oggi di inglese scolastico inteso come inglese “de noantri” mi sembra offensivo per la scuola e per tutti quei professori che a scuola si dannano per far parlare in inglese i loro studenti, per prepararli a un mondo del lavoro in cui sappiamo che nel curriculum (che oggi -badate bene – si chiama solo Europass CV) ora come ora è concesso dare un’autovalutazione delle proprie competenze linguistiche solo in termini di B1-B2 ecc. e non certo di “scolastico”, “buonino” o “così così”. Nessuno dice di conoscere la matematica o l’italiano in modo scolastico: non vedo perché si debba sentire ancora gente che dica questa cosa per l’inglese. O no?!

Di: Prof.ssa Laura Ridolfi

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